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Sogni e sensazioni.

Anna Rossi

Ciao, di professione sono un'insegnante della scuola primaria, nonché mamma e moglie a tempo pieno.
Mi piace scrivere e far conoscere agli altri le mie Sensazioni ed i miei Sogni, cerco di fare ciò, nella musicalità poetica, ed avendo come obiettivo principale la trasmissione delle mie emozioni, ... (continua)


Anna Rossi

Anna Rossi
 Le sue poesie

La prima poesia pubblicata:
 
Sorella Morte (15/09/2012)

L'ultima poesia pubblicata:
 
Sera d’autunno (13/10/2021)

La poesia più letta:
 
Gemiti d'amore (31/10/2015, 9196 letture)

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Storia di paese (La frana) 17 Episodio

Fantasy

Era appena l’alba quando sentirono bussare insistentemente alla porta e qualcuno che gridava: " Cummari Assuntina, cummari Totuccia rà piriti, jè successu ’ na sfurtuna."

Le donne spaventate dal tono della voce, si affrettarono ad aprire e si trovarono davanti u pasturi Accursio, il quale aveva i suoi ovili poco lontano dalla cascina, l’uomo agitato disse: " Astanotti cu chiddu   tiempu, si jè staccato ’ n pezzo ri terra, propriu mentri passava u barone cu u carro, u celu sapi chi facì eva ri notti fù ora casa cu chidda timpesta, iu andai a vì riri i pecore picchì nun ero tranquillo cu tutta chista acqua, quannu vidi u carro sutta ammassu ri fangu...ù ora vogghiu aiuto pi tirarlo fù ora picchì avi a jamma incastrata sutt’à rota."

Totoccia nel sentire questa notizia sbiancò in viso, perché nonostante tutto Don Vincenzo era stato il suo unico grande amore ed era anche il padre di Rosalia, anche a quest’ ultima, le provocava delle emozioni confuse nell’ascoltare il racconto di Accursio. Al contrario Assuntina mantenne come sempre lucidità e fermezza e disse: " Nuatri fimmine suli nun putiri vì nciri, Rusalia otinni a chiamari Bruno."

Non se lo fece ripetere due volte e corse al capanno, Bruno ancora tutto assonnato, la seguì alla cascina, intanto Totuccia disse alla figlia di restare con la piccola che loro sarebbero andati a soccorrere il barone.

Salirono sul carro di Accursio e si precipitarono sul luogo dell’incidente, trovarono il barone dolorante, con la gamba schiacciata dal peso della ruota, per fortuna la terra aveva coperto il mezzo solo a metà lasciandolo libero dal resto del corpo.

Nel vederle il suo viso si illuminò, erano passati anni che non era stato più così vicino a Totuccia. Accursio con Bruno presero un grosso tronco e fecero leva per sollevare il carro, mentre le donne cercarono di tirarlo fuori. La gamba aveva un profondo taglio, Totuccia prese lo scialle che portava sul capo e strinse la ferita in modo tale da fermare la fuoriuscita di sangue. Per farlo dovette abbassarsi su di lui e in quel momento Don Vincenzo le prese il braccio e le sussurrò: " Nun t’ haju mai scordato tu si nta miu sancu..."

Lei disse solo:" Stati  quetu  ca a firita si rà piri..."

Una volta bendato lo misero sul carro del pastore per riportarlo al maniero, mentre le due donne insieme a Bruno fecero ritorno a casa.

Rosalia attendeva con apprensione, perché, anche se non aveva potuto condividere la sua vita con il barone, era pur sempre suo padre ed il legame di sangue era imprenscindibile da qualsiasi evento. Appena li sentì arrivare corse fuori: " Allura, ditemi chi succidiu... "

Poi con esitazione, temendo la reazione della madre chiese: " E u barone comu sta? Jè grave?"

Totuccia, provata per quell’incontro imprevisto, dopo tanti anni, rispose alla figlia con un filo di voce: " ’ N po’ ammaccatu ma sta queta chi l’erba tinta nun mori mai..."

Rosalia, vedendo la madre in quelle condizioni, non se la sentì di chiedere altre spiegazioni, allora si rivolse a Bruno il quale ascoltava in silenzio, non riuscendo a capire che cosa c’ era sotto e gli disse: " Vuatri aviti deciso? Vinni iti? Ma c’è ’ n guà ju a via comu aviti vistu jè impedita... e nun ci ni  ’ n à utra. Duviti stari chi a lì bbirinu dalla terra."   

Bruno non aspettava altro, che Rosalia gli dicesse di restare, anche se molte volte non riusciva a capirla   in alcuni suoi atteggiamenti ambigui, tuttavia   poteva cercare di conquistare il suo cuore e certamente non l’avrebbe potuto fare a distanza. Comunque per non sembrare troppo invadente le chiese: " Nun vulissa è ssiri trù oppu camurrusu..."

Assuntina intervenne dicendo: " Ma chi diciti? Unni mancianu tri ponnu mancià ri macari quattru... pi ruormiri stati o capanno pi mancià ri vè niti ’ n scurmu. Uora trasimu chi vi fazzu u cafè."

Rosalia nel frattempo aveva acceso il caminetto ed un fuoco vivace scoppiettava rendendo l’ambiente caldo ed accogliente, la piccola iniziava a balbettare qualche suono che la mamma interpretava a suo modo: " Picciridda mo, hai fami? Uora matri ti prepara u latti, stay carma."

Poi all’improvviso disse a Bruno: " Pigghiati a picciridda  chi fazzu u latti:"

Preso alla sprovvista ed alquanto impacciato prese la piccola fra le braccia e sentirla vicino a sé gli procurò un forte turbamento, si rese conto di amare già quella piccolina come se fosse sua figlia.

Tutoccia invece era salita nella sua camera, Rosalia con la zia si scambiarono uno sguardo eloquente, si vedeva che la madre era scossa per l’accaduto ed era meglio lasciarla da sola.

Effettivamente, Totuccia aveva un gran voglia di piangere, e buttare fuori tutto il dolore di quegli anni ma non poteva farlo davanti alla sua famiglia, per questo si era allontanata per potersi sfogare. Poi si abbassò sotto il letto e prese una scatola di latta, dove un tempo si mettevano i biscotti, si sedette sul letto e prese il contenuto.

  C’ erano vecchie lettere ingiallite dal tempo, legate con un nastro rosa, poi un vecchio ritratto della famiglia del barone ed in fondo un piccolo sacchetto di velluto blu. Lo aprì, dentro c’ era un anello d’ oro con uno zaffiro incastonato. La sua mente andò a ritroso a quel giorno così speciale, era il mese di luglio e lei e Don Vincenzo erano usciti di nascosto per fare una passeggiata al solito posto, cioè in riva al ruscello denominato " Fosso Pane Bianco" un rio, dall’acqua pura e cristallina. Normalmente si sedevano su dei massi bianchi che costeggiavano la riva, scambiandosi effusioni da innamorati quali erano, carezze e baci. Ma quel giorno Vincenzo era diverso sembrava che le stesse nascondendo qualcosa, difatti dopo qualche minuto che erano giunti sul luogo, le prese il viso fra le mani e guardandola dritta negli occhi le chiese: " Tuni mi vvoi beni  pi daveru?  Aviri giurari, guardami rintra l’ù occhi..."

Lei   non riusciva a capire il   perché di quella domanda e le rispose: " Picchì fai chiste dimanne a mia? Cì ertu chi ti vogghiu, e tuni?"

Vincenzo palesemente commosso, rispose: " E mu dimanni, tu pi mia si u suli."

  Le sfiorò le labbra con un dolcissimo bacio poi prese quel sacchetto di velluto blu con il prezioso anello e glielo infilò al dito. Totuccia non credeva a quello che le stava capitando, quella era  una promessa d’ amore per la vita. Tuttavia non poteva tenerlo al dito per via dei baroni, allora lo rimise nel sacchetto e lo portò sempre con sé, ogni tanto quando era sola lo metteva e lo guardava e riguardava.

Restarono ancora per un po‘, giocando come due ragazzi quali erano, andarono con i piedi nudi nell’acqua spruzzandosela addosso, poi al momento di rientrare Vincenzo le disse: " Pi sempri mo..."

Totuccia aveva gli occhi che le brillavano come due fari per la felicità ed il viso raggiante come una giornata di sole.

Fu distolta bruscamente dai suoi pensieri perché qualcuno la stava chiamando, era la figlia che voleva accertarsi che stesse bene, lei le rispose che sarebbe scesa tra un po‘. Non appena la sentì allontanarsi, ritornò nuovamente a quel giorno, una volta ritornati a casa lei si occupò delle sue solite mansioni mentre lui seguì il padre nei campi per controllare che i braccianti facessero il proprio lavoro. Dopo cena si sarebbero rivisti sotto il grande portico coperto da una pergolata di uva bianca molto precoce " A  Racina", dai grappoli grandi e profumati, era un momento molto particolare, gli altri della casa erano ognuno nelle proprie stanze ed il silenzio della notte veniva solo interrotto dall’incessante frinire dei grilli. Così anche quella sera si diedero appuntamento al solito posto, era stata una giornata particolarmente afosa, e trovare un po’ di frescura dopo tutto quel caldo era una benedizione di Dio. Furono entrambi puntuali, ansiosi di restare soli, Vincenzo la guardava estasiato, Totuccia era bellissima, una timida scollatura faceva intravedere la pelle bianca e setosa, aveva tirato su i capelli per il caldo e ciò metteva in risalto il suo flessuoso collo ed i tratti del viso delicati e dolcissimi e infine quel sorriso disarmante a cui   nessuno poteva resistere.

  Le chiese di seguirlo sotto il gazebo, vicino alla grande quercia,  da lì non era possibile che fossero visti dalla casa. E quella notte così magica, complice anche un cielo stellato si amarono intensamente, la passione li travolse, lasciandoli inermi, e non si accorsero di essere spiati da Munidda. Dopo restarono ancora abbracciati, in silenzio, ad ascoltare i battiti dei loro cuori innamorati, così quella notte fu concepita Rosalia. Erano così felici, ignari di quello che sarebbe capitato in seguito, ossia che la tata andò a riferire tutto al barone Don Ugo.

Per Totuccia, Vincenzo rappresentava il cavaliere senza macchia né paura, che avrebbe difeso con le unghie e con i denti il loro amore, a costo di mettersi contro la sua famiglia. Per la quale era impensabile un matrimonio fra il figlio e una serva, perché proprio in quel modo che era considerata.

Purtroppo fu mandato via e lui non si ribellò alla decisione di Don Ugo, partì il giorno successivo senza nemmeno un saluto. Questo era quello che credeva Totuccia, cioè di essere stata ingannata dicendole di amarla, l’aveva usata come un gioco e poi buttata senza pensarci su. In lei  da quel momento era subentrata una profonda delusione e con il tempo sopraggiunse un rancore sempre più acceso... il suo sentimento tuttavia era tormentato fra un odio accecante ed un amore vero e mai dimenticato. L’ unica cosa certa che  si sentiva tradita dall’uomo che le aveva promesso amore eterno.

Nascose nuovamente la scatola e tornò giù dagli altri, Assuntina nel frattempo aveva chiesto a Bruno, visto che doveva trattenersi ancora per qualche giorno, se si intendeva di potatura, infatti c’ erano alcune piante che dovevano essere sfrondate, in modo tale che tolti i rami morti e invecchiati,  avrebbero dato più vigore alla pianta. Lui rispose, che il padre aveva un piccolo podere e che ogni tanto andava a dargli una mano e così facendo, aveva osservato come svettava gli arbusti ancora spogli. Assuntina rispose: " Beni Rusalia, mustra a Bruno unni duviri iri."

Rosalia gettò uno sguardo alla zia e la fissò con disappunto, non voleva restare sola con Bruno, infatti non aveva nessuna intenzione di allacciare un’amizizia più profonda né con lui né con nessun altro uomo. Anche se una vocina dispettosa le faceva capire il contrario, ossia che Bruno le piaceva e anche tanto. Le venne in mente anche la madornale bugia detta a Saro, quella che il mese successivo si sarebbe sposata e forse la presenza di Bruno alla cascina, avrebbe convinto Saro che non aveva raccontato frottole ma che quella era la verità.

Tuttavia non avendo alternative e non potendo contrariare la zia, a malincuore disse: " Vè ni cu me..."

Si era accorta che gli aveva dato del tu senza riflettere ed ora era tardi per rimediare, al contrario, lui si dimostrò compiaciuto,   poteva significare che forse era caduto quel muro di diffidenza che la ragazza mostrava a tutti.

Arrivati al frutteto, dove c’ erano una moltitudine d’ alberi da frutta: fichi, meli, loti, prugni, susini, melograni, ciliegi e altri, Rosalia gli indicò una piccola costruzione in muratura dove venivano riposti tutti gli attrezzi agricoli. Poi aggiunse: " Uora me ni vaiu, bonu travagghiu..."

Lui parve dispiaciuto e ribattè: " E mi lassi sulu, mancu ’ n picca ri compagnia."

  Rosalia alla battuta di Bruno non si scompose e quasi come se stesse parlando a se stessa disse: " Megghiu sulu chi mali accumpagnatu."

Il giovane non capiva se si riferisse a lei o a lui, ma rinunciò a capirci qualcosa e iniziò il lavoro, d’ altra parte doveva pure ripagare la loro ospitalità.

  Anche se era alla fine di febbraio, il sole cominciava ad essere più caldo, e dopo aver lavorato un paio d’ ore, gli venne una gran sete, sapeva che scendendo da un piccolo viottolo fra i campi c’ era una sorgiva, dove le donne andavano con le " Bummule" le caratteristiche brocche di terracotta per prendere l’acqua e mantenerla fresca anche durante l’estate. Fece un po’ di strada e trovò la fonte, incastonata da pietre della antica cava di Pietretagliate, si avvicinò direttamente con la bocca per bere quando vide un’ombra sopra di lui, si alzò di scatto spaventato, perché non aveva sentito nessuno avvicinarsi. Era un uomo, poco più grande di lui, questi gli domandò: " Vi fici scantari? Nun manciu nuddu... vuatri nun  siti ri ca... iu sunnu Saro."

" Iu sunnu Bruno..."

Saro chiese: " Comu mai siti da chiste parti?"

Bruno con il servizio militare aveva imparato a diffidare degli sconosciuti e rispose in modo vago: " Haju attruvatu na pocu ri travagghiu pi ’ na cascina ca vicinu..."

Saro sapeva che l’unica cascina nei dintorni, era quella di Rosalia, allora si fece più insistente: " Nun jè pi caso chidda ri Assuntina."

Bruno non sapeva cosa rispondere allora per sfuggire alla curiosità dell’uomo ribadì: " Duviti scusare a mia ma haju turnari a travagghiare."

E se ne andò lasciando Saro con le sue domande. Costui si trovava lì vicino perché da quando Rosalia gli aveva dato la notizia delle nozze, era quasi impazzito dalla gelosia e tutti i giorni saliva nei pressi della cascina per spiarla, inoltre per evitare la strada principale ancora sommersa dalla frana, arrivava sul posto da una piccola scorciatoia piena di sterpaglie che conoscevano in pochi.

  In conseguenza della non risposta di Bruno, decise di seguirlo per scoprire qualcosa di più, aspettò che finisse di lavorare e poi lo vide dirigersi a casa di Rosalia. Ora non aveva più dubbi, Bruno era ospitato da lei, adesso si domandava il perché, era forse lui il fantomatico fidanzato di cui le aveva parlato o semplicemente un lavorante? Sentiva il sangue alla testa che gli faceva perdere la ragione, no... non lo avrebbe permesso a costo di commettere qualcosa di irreparabile. Senza pensarci su, impulsivamente andò a bussare alla porta, Rosalia ignara di chi fosse, andò ad aprire, quando se lo trovò davanti, per poco non gli prese un colpo e sconvolta gli gridò: " Si uscito pazzu, vattinni, zia Assuntina jè capace ri pigghiari u scupetta... capisti a mia?"

Non lo aveva nemmeno finito di dire che la zia, uscì fuori con un fucile da caccia e con aria minacciosa gli disse: " Hai sensu cu risse Rosalia? Vattinni si noni nta u scurmu ti ci portu iu rintra quattru tavule."

Saro urlò: " Me ni vaiu ma nun finisce ca..."

Assuntina livida di rabbia si rivolse alla nipote: " Ancù ora ritta ddà i a chistu fimminaru e sì enza briogna, nun ti basta cu ti avi appizzatu a vituzza?"

Rosalia sapeva che era inutile contrabbattere la zia, tanto quando si convinceva di qualcosa, difficilmente cambiava parere, quindi decise che era meglio tacere. Bruno assistendo a tutta la scena,  aveva capito che Saro era il padre della piccola Rosalia.

Erano tutti scossi, tant’è che ognuno si chiuse a riccio a rimuginare sull’accaduto, Assuntina era preoccupata per le minacce di Saro, Totuccia disperata per la figlia, se la prendeva contro il fato per le sue disgrazie, Rosalia conoscendolo sapeva che non avrebbe desistito dal darle fastidio ed infine Bruno si sentiva un pesce fuor d’ acqua e se Rosalia ancora era innamorata di lui, forse era meglio rinunciare al suo amore impossibile.     

Quella sera la zia e la madre decisero che era il momento di parlare con Rosalia, cosicché quando Bruno dopo cena si ritirò nel capanno, si sedettero attorno al fuoco e iniziarono a parlare: " Rusalia, tuni ù ora devi pigghiari ’ na decisione pi u’ to futuru, hai ’ na figghia da crisciri e nun po’ fari a fini ri to matri, chi ti avi dovuto allevare da sula e a tia ti jè mancatu ’ n patri... ci semu accorti chi Bruno ti voli, e a nuatri para ’ n bravu nico, si vadda chi ti voli beni pi davvero. Chi ni pensi si u accetti comu zito?"

Rosalia sperava che questo discorso non lo avrebbero mai fatto, infatti  lei non era una marionetta nelle loro mani, ma era una persona con dei sentimenti, desideri e sogni, si sentiva una donna libera di fare le sue scelte senza che nessuno gliele imponesse di altre. Lei era diversa dalle maggior parte delle ragazze che sottostavano ai voleri dei genitori, i quali decidevano per le loro vite. Prima ascoltò in silenzio senza dir nulla poi dopo che ebbero finito rispose loro: " Crì dia ca mi sapiti comu sunnu faciuta, vi ringrazio chi aviti pensiero pi mia... ma a vituzza jè a mo, e iu decido pi mia."

Nonostante la fierezza con cui aveva parlato, avvertiva un groppo in gola, per l’incertezza del suo avvenire e per la piega dolorosa che stava prendendo. Saro era una vera minaccia per la sua tranquillità e la paura di vederselo sbucare dappertutto non la faceva stare serena. Quindi a questo punto erano veramente poche le soluzioni, o se ne andava per sempre dal suo paese e questo per lei significava una sconfitta, fuggire come un cane bastonato, oppure decidere di sposarsi con Bruno, sempre che questi, glielo proponesse. E per ultimo, le venne in mente di chiedere aiuto, all’ultima persona al mondo che mai avrebbe sognato di potersi rivolgere, cioè al barone... suo padre. Ma scartò immediatamente quest’ ultima opzione, dandosi della stupida, come aveva potuto pensare anche solo per un attimo di decidere una cosa talmente irreale? Ricorrere ad un perfetto sconosciuto quale era.

Assuntina, dopo la ferma risposta di Rosalia le disse: " Bì edda mo, nuatri ti avemu datu consigghiu, pi u’ to beni e chiddu di la picciridda, a strata chiu dritta, ù ora sta a tia scè gghiri chiddu chi jè megghiu."

 

Anna Rossi 24/02/2021 17:39 1 320

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'Autore è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge.

I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.

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Commenti sul racconto Commenti sul racconto:

«L’amore vive nel cuore di Totuccia... La mamma di Rosalia, anche se sono passati tanti anni, è ancora innamorata del barone... e la frana, che ha causato l’incidente al barone, è stato come un segno del destino... Entrambi sentono i cuori battere come quando erano ragazzi... a Totuccia non resta che perdersi nei ricordi di ieri.
Ma in questo episodio comincia ad essere chiara la gelosia di Sarò che non accetta che Rosalia possa amare un altro uomo... A questo punto la povera Rosalia dovrà prendere una decisione... Andare via dal paese o sposare Bruno... Una scelta molto difficile per diversi motivi...»
Giacomo Scimonelli

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