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Sogni e sensazioni.

Anna Rossi

Ciao, di professione sono un'insegnante della scuola primaria, nonché mamma e moglie a tempo pieno.
Mi piace scrivere e far conoscere agli altri le mie Sensazioni ed i miei Sogni, cerco di fare ciò, nella musicalità poetica, ed avendo come obiettivo principale la trasmissione delle mie emozioni, ... (continua)


Anna Rossi

Anna Rossi
 Le sue poesie

La prima poesia pubblicata:
 
Sorella Morte (15/09/2012)

L'ultima poesia pubblicata:
 
Sera d’autunno (13/10/2021)

La poesia più letta:
 
Gemiti d'amore (31/10/2015, 9196 letture)

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Storia di paese (L’imprevisto) 15 Episodio

Fantasy

Assuntina decise che si sarebbe recata in paese per chiedere a Don Anselmo se effettivamente la nipote era andata in chiesa, ma doveva essere discreta per non destare sospetti. Per il resto della giornata Rosalia tenne il broncio, solo per evitare che le facessero altre domande, non era facile per lei mentire, lei odiava le persone false e coloro che usano le bugie per il loro tornaconto. Era stata cresciuta con la consapevolezza che la verità alla fine premia sempre e questo era diventato un suo principio fondamentale.

Ora si sentiva a disagio e soprattutto si detestava per essere incapace di affrontare quella situazione con onestà e coraggio. Avrebbe dovuto raccontare tutto e forse si sarebbe sentita in pace con se stessa. Quella notte non riuscì a prendere sonno, tutte quelle emozioni l’avevano stremata. Aveva sempre creduto di essere orfana ed ora, non solo aveva scoperto che Totuccia era la madre, ma che possedeva anche un padre. Si chiedeva se lui non conoscesse la verità, cioè di avere una figlia e che quella figlia era proprio lei.

Intanto la piccola Rosalia dormiva tranquilla accanto a lei, la coprì per bene perché aveva l’abitudine di scoprirsi, la guardò con amore e le sussurrò: " Figghia bì edda nun permetterò cchiù a nuddu ri farti du mali, iu sarrò pi sempri a to roccia e putiri sempri cuntari supra ri me finché Diu mi farrà vì viri."

La figlia sembrò sentire le parole amorevoli della madre tant’è che si svegliò e sgranò i suoi meravigliosi occhi marroni. Rosalia scese in cucina per prepararle del latte caldo, e per farlo dovette attraversare il lungo corridoio dove erano situate le stanze da letto. Passando davanti a quella di Totuccia la sentì singhiozzare, si fermò un istante, era indecisa se entrare o far finta di niente. Le si stringeva il cuore ascoltandola, la sofferenza e il dolore della madre, era diventato anche il suo dolore e la sua sofferenza. Provò l’impulso di bussare ma poi ci ripensò e andò oltre.

L’ indomani gli animi sembravano acquietati e tutto procedeva come al solito. Verso metà mattinata Assuntina disse che doveva recarsi in paese per portare delle uova fresche alla bottega di Laurina, affinché le vendesse, in realtà non andava mai di venerdì, era solita andare di sabato. Ma si giustificò dicendo che aveva raccolto nel pollaio molte più uova del previsto e quindi, aveva anticipato di un giorno. La sorella al contrario conosceva il vero motivo per cui Assuntina si recava in paese e per questo fremeva al pensiero di quello che le poteva dire Don Anselmo. Intanto Rosalia ignara di tutto ciò, si propose di accompagnarla, ma la zia rifiutò: " Tu jè megghiu chi ti sta ca, a abbadari a to figghia e poi cc’è tantu da fari pi casa."

La nipote non insistette e l’aiutò  a sistemare le uova in una cesta di vimini, le chiese cosa avrebbe dovuto preparare per pranzo e la zia le rispose: " Preparate i mafalde (le famose panette siciliane) o ciminu (al sesamo), mi  raccomando a pasta deve è ssiri morbida, poi ci mettiamo i fritelle d’ acqua con la farina i cì ceri. Duoppu fai i cazzilli,(crochette di patate) e li condiamo cu   sali, pipi e lumia... Te li ricordi comu si fanno vì eru? Pigghia i patate a pasta gialla."

Fatte le ultime raccomandazioni si avviò per il paese. La pioggia del giorno prima, aveva lasciato una fitta nebbia da rendere confusa anche la strada, Assuntina con difficoltà cercava di trovare il sentiero fra i grandi aceri che lo costeggiavano. Però dopo aver fatto un breve tratto di strada, erroneamente si addentrò nei campi incolti che circondavano il mulino di Munidda. Si rese conto che in quelle condizioni era impossibile continuare il suo viaggio, così decice che non le restava altro che aspettare affinché la nebbia si diradasse almeno un po‘.

Vicino al mulino c’ era anche un vecchio granaio, di proprietà di Don Vincenzo, come del resto tutte le terre d’ intorno. Tutti i paesani si chiedevano il perché aveva permesso alla tata di viverci dopo averla cacciata in malo modo dal maniero, ma nessuno conosceva bene il motivo di tale brusca decisione.

Assuntina si addentrò all’interno e vide che dentro c’ erano ancora dei sacchi pieni di grano inutilizzati, si sedette sopra di questi aspettando di potersi rimettere in viaggio. Prese la coroncina che portava sempre dietro, legata all’ampia gonna che indossava chiamata " fadedda", lunga fino ai piedi   ed iniziò a recitare il rosario. Prima di cominciare ripetè: " O santissima Matri divina, ca ri lu cielu siti la Rigghina, c’è stu malu ca camina, ’ ncatinatilu ca vostra catina. Mannatilu luntanu, luntanu e che vuostri manu forti ciuritici i porti; u vuostru mantu ni cunsola, niatri rintra e stu malu fora!"

Questa era una vecchia preghiera che le donne recitavano assiduamente in caso di epidemie, ma per Santuccia, il male in quel momento, era rappresentato dal barone e doveva allontanarlo a tutti i costi da sua nipote Rosalia. La nebbia ancora non accennava a diradarsi ed Assuntina stava pensando che forse era meglio tornare indietro, quando ad un tratto udì delle voci alterate ed il cigolio delle ruote di un carro. Salì sulla scala che portava su uno dei solai lignei, dove una volta venivano conservati i cereali ed il fieno, provvisto di piccole finestre per permettere l’areazione all’interno. Da lì poteva guardare fuori senza essere vista, riconobbe il barone e Munidda che discutevano animosamente. Il barone diceva: " Munidda stati attenta a chiddu chi diciti e a chiddu chi faciti... Sacciu chi aviti avutu visite. Rusalia nun deve sapiri nenti, né chi iu sugnu u patri e né l’altro affare chi sapemu. Nun jè vì eru Munidda?"

" Vi haju crisciutu comu ’ n figghiu... E vi vogghiu beni comu ’ n figghiu, sapiti macari chi iu nun potevo fari pi un’altra maniera cu vostru patri, ma ù ora vi dicu chi Rusalia deve sapiri tuttu. Chiddu chi succidiu chidda maledetta notti."

Don Vincenzo alzando la voce replicò: " Mi capisti quannu parru? Nuddu deve sapiri e ca chiudiamo a storia." Munidda non si diede per vinta e continuò:" Rusalia deve sapiri chi vuatri siti u patri e nun sulu..."

A quel punto Don Vincenzo girò di colpo il carro facendo cadere Munidda e senza fermarsi si allontanò.

La donna si alzò a fatica e fissando l’uomo che si allontanava gli urlò:" Chi tu fussi maledetto e nun u sai chi i colpe r’ i patri ricadranno sui figghi."

Assuntina aveva ascoltato tutto, quindi, ora era a conoscenza che Don Vincenzo sapeva che Rosalia era sua figlia e si domandava quale altro segreto nascondesse di così grave da non poter essere raccontato a nessuno. Solo la tata era custode di questa verità inconfessabile. In aggiunta aveva capito che la visita a   Munidda, di cui si riferiva il barone era stata quella di sua nipote, infatti il giorno prima non era andata in chiesa ma bensì dalla tata. Assuntina borbottò: " Biniditta carusa nzoccu otinni cercando? Ci semu nuatri pi tia... nun ti basta?"

Nel frattempo, un tiepido sole aveva rarefatto la nebbia e la visibilità era migliorata, cosicché Assuntina decise di riprendere il cammino, fece per scendere le scale di legno ma essendo malferme, una tavola si ruppe, facendola vacillare e nonostante si fosse aggrappata con tutta la sua forza al corrimano, un piede s’ infilò fra le tavole incastrandolo. Cercò di liberarsi ma più insisteva a tirarlo fuori, più la ferita, provocata dalle schegge appuntite del legno, si apriva sanguinando, a quel punto non ebbe altra scelta che gridare aiuto. Il dolore era lancinante, gridò e gridò fino a quando Munidda la sentì e corse in suo aiuto:" Matri Santa e vuatri, chi ci fate ca?"

Assuntina sofferente rispose: " Mmeci ri fari assà i dimanne picchì nun mi aiutate chi ’ nà utru picca ci lassu u pì eri pi chistu granaio."

" Casi casi vi lassu ca a penare accussì vi passa a l’arrucanza... ma u diavolo nun jè mai comu si dice... stati ferma si no jè peggiu, chi vi libero."

La tata non senza fatica, sollevò il piede  e poi sorreggendo la donna, l’accompagnò a casa sua. Una volta dentro cominciò ad armeggiare nella sua credenza,  prendendo varie erbe cicatrizzanti: l’erba della Madonna, l’olio di borragine, quercia, parietaria ed infine camomilla, poi iniziò a frantumarle  e preparò un decotto con il quale medicò la ferita.   

Assuntina disse alla tata: " E fate chianu sembrate chi mmeci ri mani aviti tenaglie..."

" E quante storie pi ’ n nicu taglio, si vadda chi rintra a vituzza nun aviti sofferto."

A quelle parole Assuntina non ci vide più:" Nzoccu ni sapiti vuatri di li sofferenze di navutri? Sulu chiddu chi jè o celu sapi ogni cù osa pi mari e pi terra. Ma diciti a mia, me niputi jè venuta ca e chi vuleva da vuatri."

La tata rispose: " E poi sunnu iu chi fazzu trù oppu dimanne, iu nun vitti nuddu."

Assuntina facendo la faccia di chi non crede assolutamente a quello che le stanno dicendo ammonìì la majara:" U sapiti megghiu ri me chi i minzogne ritornano sempri arrì eri a cu i dici."

Munidda le rispose fissandola con lo sguardo, di chi non ammette repliche:" Viu chi stati megghiu u purtuni jè ddabbanna..."

Assuntina capì che non le avrebbe confidato nulla, quindi era meglio non insistere per non urtarla, quella donna faceva paura ed era capace di qualsiasi cosa. Si avviò verso l’uscita zoppicando vistosamente, poi si girò verso di lei dicendole: " Me ni vaiu, ma sunnu sigura chi ci rivedremo assà i prestu."

Detto ciò prese la via di casa, si procurò un pezzo di legno dritto da utilizzare come bastone per sostegno e lentamente risalì per la collina... ad un tratto ripensando a tutto ciò che aveva udito, le vennero in mente delle vecchie storie che circolavano in paese qualche tempo addietro. Erano un continuo vociare sulla famiglia dei baroni e si ricordò di alcuni discorsi che facevano i braccianti che erano venuti a raccogliere le sue arance, soprattutto Nino, un ragazzo che veniva da un paese vicino ad aiutarla tutti gli anni.  Durante la pausa, dove gli uomini consumando un pasto frugale, chiaccheravano del più e del meno, aveva udito costui che diceva: " Aviti sentito chi si dici peri peri, du barone Don Ugo? I donne chi sunnu a servizio hannu rittu chi nun s’ attrhuvà va da nudda parti, circaru pi ogni postu e poi dù oppu assà i tì empu l’hanni attruvatu tuttu vagnatu, hannu dittu chi fici pi cà diri da cavaddu... l’hannu carruzziatu o maniero ma jè grave..."

Assuntina si ricordò di quell’episodio e anche che Totuccia era ritornata a casa pochi giorni dopo e in uno stato confusionale, in seguito avevano scoperto che era incinta.

Cercava fra i suoi ricordi qualche altro avvenimento inerente a quel periodo ma nel frattempo era arrivata nei pressi dell’abitazione. Davanti casa trovò Rosalia che  appena la vide lanciò un grido:" Maronna du Carmine chi vi jè successsu? Siti caduta? E unni?" La zia la tranquilizzò:" Nun ti fari pigghiari ri paura, nun jè nenti, trà simu  chi ti dicu."

Rosalia la fece sedere   sulla poltrona di vimini vicino al caminetto,  poggiandole il piede su un’altra sedia per guardare la ferita. Notò che era stata medicata bene e il sangue si era fermato. La guardava, aspettando che le raccontasse cosa le fosse capitato ma la zia invece le chiese:" Facisti tuttu chiddu chi t’ haju rittu? E to matri unni jè?"

Rosalia:" Fici tuttu, mo matri jè supra cu a picciridda e allura mi volete diri o no?"

Assuntina si guardò bene dal dire tutto, raccontò alla nipote solo quello che voleva, che era caduta nelle vicinanze del mulino e Munidda l’aveva soccorsa e medicata. Rosalia insospettita domandò come mai si trovasse proprio lì, visto che il sentiero per il paese era da tutt’ altra parte. Lei disse:" Cu a nì egghia mi sunnu pirduta... e ù ora abbasta dimanne, chi jè ù ora ri mancià ri."

Da quel momento dalla zia non seppe più nulla ma la cosa non le era chiara.

Poi accadde qualcosa di inaspettato, Totuccia quando seppe dell’accaduto e dell’incontro con la tata, iniziò a camminare avanti e indietro per la stanza, nervosamente. La figlia e la sorella non riuscivano a capire che cosa l’avesse turbata così tanto da sconvolgerla, le chiesero spiegazioni su cosa avesse. In quel momento Totuccia prese una decisione, era arrivato il momento di raccontare tutta la storia, anche a costo di perdere l’affetto dei suoi cari. La verità si stava avvicinando ed era meglio che fossero preparati.

Totuccia con voce grave disse loro:" Uora mi duviti sì entiri, nun pozzu cchiù tè niri chistu pisu supra u cori."

Rosalia rispose: " Matri mi fate scantare..."

Totuccia iniziò a parlare di quella maledetta notte di cui parlava Munidda, si riferiva quando la baronessa aveva scoperto il marito con lei, era entrata con furia nella stanza, prendendola per i capelli e l’aveva trascinata con forza fuori di casa, il marito le urlava contro dicendole che non aveva nessun diritto su di lui, visto che erano anni che non faceva più il suo dovere di moglie.

Lei le vomitò addosso tutte le cattiverie di questo mondo e mentre il litigio si faceva più violento arrivò Don Vincenzo che era stato avvertito di quello che stava succedendo in casa e cioè del padre che approfittava di lei  ed era tornato di nascosto per riprendersela.

Il figlio si scagliò contro il padre con violenza,  riempiendolo di pugni e sotto i colpi sferrati con rabbia, cadde tramortito, sbattendo violentemente la testa allo spigolo del tavolo di marmo, morendo sul colpo. Tutti restarono ammutoliti, la madre, senza mostrare alcuna emozione, disse al figlio che nessuno avrebbe mai dovuto sapere la verità, così inscenarono la caduta da cavallo.

Chiamarono tutta la servitù e raccontarono loro che il barone aveva avuto un incidente. Intanto Munidda che aveva assistito a tutta la scena e vedendola fuori casa in camicia da notte ed al freddo, l’aveva portata nelle segrete del maniero dicendole: " Tu nun po’ turnari a casa comu ’ na disgrazziata, pi u momentu ti stai ca, poi facì emu chiddu chi c’è da fari."

E così, senza che nessuno se ne fosse mai accorto era stata con lei per un certo periodo, si sentiva angosciata per tutto ciò che era successo e dandosi la colpa di tutto, come se fosse stata lei la causa principale di quella follia.

Don Vincenzo intanto sembrava impazzito, l’aveva cercata dappertutto, ignorando in realtà che fosse così vicina, da quel momento non si incontrarono mai più, anche perché nel frattempo era ritornata a casa. Una sera sentirono un carro fermarsi davanti alla cascina ed il padre mastro Ninni uscì fuori per vedere chi fosse, lei si trovava segretata nella sua stanza come la tenevano ormai da mesi. Spiò dalla finestra e vide la baronessa dare qualcosa al padre, in seguito seppe che era del denaro per comprare il suo silenzio. Assuntina anche se era preparata al peggio restò  esterrefatta nell’ascoltare tutta questa brutta storia ed anche meravigliata dal fatto che la sorella aveva tenuto per sé questa terribile tragedia. Ora Totuccia le sembrava molto più forte di come l’aveva sempre considerata cioè fragile e facilmente influenzabile. 

  Rosalia invece provò per la prima volta, l’impulso di abbracciare forte la madre: " Matri mo nun aviti nudda curpa ri chiddu chi succidiu... Ci sunnu  masculi chi nun hannu nenti ri cristianu, sunnu peggiu ri bestie."

Per la prima volta Totuccia sentendo le parole della figlia, percepì la speranza che forse con il tempo avrebbe compreso che la vittima era stata lei e di  non aver fatto nulla per provocare la violenza di quell’uomo senza scrupoli.  

 

Anna Rossi 05/02/2021 16:08 1 321

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'Autore è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge.

I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.

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Nota dell'autore:
«Faccio presente che siccome avevo finito i caratteri che potevo utilizzare nel mese di gennaio, ho saltato l’episodio 14... come mi ha fatto notare l’attento autore Giacomo. Ho rimediato adesso con la sua pubblicazione.»

Commenti sul racconto Commenti sul racconto:

«La trama si arricchisce di nuovi elementi e colpi di scena... Don Vincenzo che uccise il padre e la baronessa, madre di don Vincenzo, che comprò il silenzio del nonno di Rosalia... il puzzle comincia a sistemarsi, con tutte le vicissitudini e le bugie di un passato che non può più restare ingabbiato dentro inganni e sotterfugi. Un romanzo sempre più avvincente...»
Giacomo Scimonelli

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