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Sogni e sensazioni.

Anna Rossi

Ciao, di professione sono un'insegnante della scuola primaria, nonché mamma e moglie a tempo pieno.
Mi piace scrivere e far conoscere agli altri le mie Sensazioni ed i miei Sogni, cerco di fare ciò, nella musicalità poetica, ed avendo come obiettivo principale la trasmissione delle mie emozioni, ... (continua)


Anna Rossi

Anna Rossi
 Le sue poesie

La prima poesia pubblicata:
 
Sorella Morte (15/09/2012)

L'ultima poesia pubblicata:
 
Sera d’autunno (13/10/2021)

La poesia più letta:
 
Gemiti d'amore (31/10/2015, 9196 letture)

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Storia di paese (U barone) 12 EPISODIO

Fantasy

Arrivò a casa con metà delle arance che sarebbero servite per fare la marmellata, tanto è vero che la zia la rimproverò: “ Rusalia, cu chiste poche arance tornasti? E chi ci facì emu? U pan d’ arancio?”

Rusalia ancora frastornata da quell’ incontro imprevedibile, non sapeva come giustificarsi, disse la prima cosa che le venne in mente: ” Perdonate a mia, ma ero pi pensiero pri la nica, credevo chi avissi bisù ognu ri me, sapiti i paure di li mamme…” Assuntina la rassicurò: ” Tu nun ti devi preoccupare ri nenti, sentisti? Quannu tu nun ci si, ci semu nuatri pi idda. Comunque nun fa nenti, chiu tardu ci arranco iu ‘ n attimo.”

Rosalia non poteva raccontarle del suo incontro con Saro, si sarebbe potuto scatenare l’ inferno e conoscendole, le avrebbero impedito di uscire da sola e sarebbero state capaci di scontrarsi con lui, e quindi con la possibilità non certo remota, che lo venisse a sapere Ninetta. Rosalia aveva timore per le conseguenze non solo per lei ma per la figlia, infatti si sentiva in pericolo come se fosse dentro un grande calderone pronto ad esplodere. Doveva al più presto cercare una soluzione per il bene di tutti. Forse se si fosse sposata, si sarebbero potuti risolvere molti problemi, la figlia avrebbe avuto un padre, Saro l’ avrebbe lasciata in pace, Ninetta si sarebbe tranquillizzata, e per di più avrebbe tolto alla madre ed alla zia, non più giovanissime, il peso di averle sotto la propria tutela, e per ultimo, ma non per importanza, avrebbe smussato le malelingue del paese.

In quel momento si sorprese a pensare a Nino, era un uomo dall’ animo buono, l’ amava sinceramente e voleva molto bene anche alla piccola Rosalia, inoltre, conosceva tutta la sua storia e l’ accettava senza condizioni. Sarebbero stati tutti felici e contenti e lei? La sua felicità? Voleva bene a Nino ma non l’ amava, sarebbe stata infelice per tutta la vita e sicuramente avrebbe reso infelice anche lui. Si sentì accapponare la pelle, stava pensando come facevano la maggior parte dei paesani, cioè trovare un modo per sfuggire alle difficoltà ed ai pregiudizi, mettendosi all’ ultimo posto come donna, pronta a diventare l’ agnello sacrificale in nome del falso perbenismo e del quieto vivere. Fu destata dai suoi pensieri dal pianto della piccola, che reclamava il suo latte. “ Aù aù picciridda arrivu, hai fami amuri du cori, staiu arrivannu…” Gridò Rosalia.

Nel frattempo Saro dopo l’ incontro con Rosalia, si avviò verso casa, era molto turbato, rivederla dopo tanto tempo e poi così vicino da sentire anche l’ odore della sua pelle e non poterla abbracciare e stringere a sé, era stato devastante. L’ amava ancora, no lei non era stata un capriccio per soddisfare le sue voglie, ma qualcosa di più grande, magico, un sentimento vero, uno tsunami che aveva travolto la sua vita. Rosalia per lui era la vita stessa, come poteva rinunciarci? E come aveva fatto a chiudere gli occhi davanti a questa verità tangibile? Era stato un ominicchio, un quaquaraqua, incapace di prendere in mano la situazione. E adesso come poteva pensare che lei lo perdonasse? Preso da questi pensieri non si era nemmeno accorto di essere arrivato nel cortile di casa, Ninetta stava stendendo i panni sul balcone, appena lo vide gli gridò contro: ” Ci ni hai misu tiempu pi arrivari, c’ era a fila a la chì anca (macelleria)?”

Saro, solo in quel momento si ricordò che era uscito con la scusa di andare a prendere del macinato per il pranzo. Gli rispose: “ Haju aspettato nfinu a ù ora, picchì dicevano chi u chianchieri era andato a pigghiari a carni o paì si di la mugghieri, ma mmeci nun jè tornato.” Ninetta non si fidava più del marito e sospettosa gli rispose: “ Stai dicendo a verità Saro? Nun jè chi chista jè a solita farfantarì a chi mi vvoi rifilare?“

Saro fece l’ offeso, tattica prettamente maschile: “ Ti si susuta cu a luna storta chista matina? E lasciami vivere.” Così dicendo entrò in casa con la consapevolezza che non sarebbe finita là, sicuramente la moglie avrebbe indagato.

Passarono alcuni giorni apparentemente tranquilli, la vita in casa si svolgeva come sempre, Rosalia non era più andata in paese dalla notte di Natale, evitava di andarci non perché avesse paura per lei, ma bensì per la zia, in quanto conoscendola l’ avrebbe senz’ altro accompagnata e voleva evitare che subisse altre mortificazioni dalle pettegole del paese. D’ altra parte non poteva fare la reclusa per sempre, avrebbe comunque avuto necessità di recarsi in paese, quindi doveva trovare un modo per far sì che Assuntina si fidasse di lei e delle sue capacità di difendersi da sola dagli attacchi gratuiti dei paesani.

L’ occasione si presentò nel pomeriggio quando si accorse di aver finito i sacchettini di crusca con cui faceva il bagnetto alla piccola, lo disse alla madre: ” A jiri o paì si picchì haju finito a crusca pi lavari a Rusalia, pirò vulissa iri da sula.” Totuccia guardò la figlia con apprensione: “ Ti para prudenti iri sula rintra a gabbia r’ i leoni? U sai chi chiddi nun aspettano à utru, chi si sula e sì enza nuddu chi ti po’ difendere. ” Per la prima volta Rosalia la chiamò madre: “ Matri mo acquetati, nun mi succederà nenti, iu sacciu abbadari a mia stissa, l’ haju già fattu mesi fa… poi ‘ n jornu ti racconterò chiddu chi mi capitò.”

Totuccia sentì un balzo nel petto alla parola mamma, era la prima volta che la sentiva, e in cuor suo aveva perso le speranze che venisse mai pronunciato dalla figlia. Quella figlia amata più della sua stessa vita e tenuta segreta per così tanto tempo. Ma un pensiero le attraversò la mente e se gli altri adesso venivano a conoscere la verità? Avrebbero messo alla gogna anche lei e lei non era forte come la figlia. Si chiedeva se fosse stata capace di sopportare tutto l’ odio… avrebbero sicuramente detto: “ U pisci puzza sempri dalla tì esta…”

Allontanò per il momento questo problema, l’ avrebbe risolto nel momento che sarebbe capitato, adesso doveva decidere se era il caso di mandarla sola al paese. Vedendola sicura e ferma nella sua decisione, acconsentì alla sua richiesta ma le raccomandò: “ Otinni ma fai pi fretta e nun fermarti si ti provocano, senti a mia chi sunnu cchiù vecchia.” Rosalia chiese alla mamma di non dire niente a zia Assuntina, tanto se si sbrigava, non se ne sarebbe accorta, in quanto era andata a raccogliere le arance per la marmellata. Salì in camera, per prendere uno scialle più pesante, visto il freddo intenso, ma cercando fra le sue cose, un velo di tristezza le attraversò lo sguardo, tutto ciò che possedeva di abiti erano del colore della pece. Prima si doveva vestire di nero o in alternativa con colori scuri perché era zitella, ora ancora peggio, era sola senza un marito e per di più con una figlia. Invece avrebbe voluto indossare qualcosa di colorato adatto alla sua età, ma non glielo avrebbero permesso, non era decoroso per una donna nel suo stato essere appariscente, doveva diventare un‘ anonima fra la gente, nascondere la sua bellezza alfine di non suscitare gli sguardi del genere maschile. Provò tanta rabbia, tant’è che le balenò la folle idea di indossare uno scialle di lana rossa per sfidare quella gente meschina. Tuttavia ci ripensò non poteva più dare preoccupazioni alla sua famiglia mettendola in ulteriore imbarazzo. Alla fine si ammantò per bene fin sopra la fronte, con la solita mantella nera, nascondendo così i suoi bellissimi capelli neri e si affrettò per la via.

Il paese distava dalla cascina un paio di chilometri, non erano tanti, anzi d’ estate era bello fare una passeggiata ma in inverno il tragitto sembrava lunghissimo. Affrettò il passo quando sentì il rumuore di un carro avvicinarsi, lei continuò nel suo cammino senza voltarsi, quando questo le si accostò e il “ carritteri” le chiese: ” Stati jennu o paì si? “ Rosalia a quel punto si girò e guardò l’ uomo con sorpresa, le pareva di conoscerlo, di averlo già visto da qualche parte, già ma dove? Sicuramente era invecchiato ma i lineamenti del viso e quello sguardo buono erano rimasti gli stessi. Poi ad un tratto le balenò nella mente un ricordo lontano, ma si adesso rammentava il loro incontro, era l’ uomo che l’ aveva liberata dai rovi quando da bambina si era persa nei boschi.

Si riprese dallo stupore e gli rispose: “ Ri solitu vuatri vi prendete chista confidenza cu i donne chi nun conoscete? “ L’ uomo abbozzò un mezzo sorriso e poi precisò: ” Mi guarderei beni do’ mancarvi ri rispì ettu, siccomu vi guardai e vitti chi ancù ora a strata jè longa, volevo sulu è ssiri ‘ n galantuomo e risparmiarvi tantu camminu.”

Rosalia sgarbatamente ribattè: “ Pi mo furtuna ancù ora i gambe sunnu buone… E dui passi nun mi costano nenti.” Si girò sui suoi passi e proseguì per la strada. L’ uomo avviandosi le urlò: “ Contenta vuatri, vi saluto.”

Rosalia, sentì l’ uomo che mentre si allontanava cantava una vecchia canzone siciliana: Chi arti strana ch’è lu carritteri, passa la vita mmenzu ti vadduna, mmenzu li campi e mmenzu li stratuna, espostu sugnu mmenzu li latruna.

Trotta cavaddu, trotta cu primura, nta n’ ura l’ amu a fari sti muntati… nta n’ ura l’ amu a fari sti muntati, agghiunciri nPalermo a la citati Calogero, Vera, Vallelunga…

Rosalia rimase turbata da questo incontro, aveva la netta sensazione che l’ uomo non si trovasse lì per caso, la vita purtroppo le aveva insegnato che non ci si può fidare di nessuno. Dopo un po’ raggiunse l’ incrocio da cui ripartivano due vie, una che portava direttamente alla spiaggia dello Scoglio Bianco, cosidetta per via della presenza di numerose rocce, le quali a seguito di una strana combinazione di luci, del sole e della sabbia bianchissima, apparivano luminascenti e l’ altra direzione che conduceva in paese. In mezzo alle vie, c’ era posta una “ Conicella della Madonna del Soccorso”. Rosalia si fermò davanti all’ effige e presa dallo sconforto si rivolse alla Madonna:” Maronna mo, maronna bì edda, rammi ‘ n aiuto, sunnu mmenzu a mmari e nun mi annego… dimmi cù osa haju a fari pi u beni ri tutti, quali strata haju percorrere, picchì chista vitussa mo jè trù oppu amara comu ‘ n lumia…” Mentre pregava sentì una donna che inveiva contro qualcuno dicendo: “ Chi tu fussi maledetto, ‘ n à utru picca jè mi trovavo all’ altro munnu, siti tutti ri chidda laria razza, u vì ecchiu e i nico…”

Rosalia riconobbe la donna, la chiamavano “ La magara”, dicevano che praticava la magia soprattutto quella nera. Abitava da sola in un vecchio mulino, nascosto da un fitto canneto, che impediva a chiunque di notarlo. Rosalia le domandò: “ Munnidda cu cu l’ avete? Chi vi jè successu?”

Questa rossa in viso dalla rabbia replicò: “ A genti jè orba, jè passatu ‘ n carro e ‘ n à utru picca ero ntra gi angeli o i diavoli sapì ddu..” Rosalia capì che si riferiva all’ uomo incontrato prima, allora le chiese: ” Ma vuatri u conoscete?”

Munidda scoppiò a ridere e fissando Rosalia le chiese: ” Davveru nun u conosci? Proprio tu…? Stranu jè…“ Dicendo questo si allontanò, Rosalia allora la fermò: ” Chi volete diri? Picchì dovrei canù sciri cu jè chiddu?”

La magara fece una smorfia che la gelò, infine borbottò mentre andava via: ” U barone… U figghiu du barone…”

Rosalia era stordita dalle parole della donna, si domandava cosa avesse voluto dire, e la ragione per cui avrebbe dovuto conoscere: “ U barone”.

Si accorse che aveva fatto tardi e a quell’ ora Assuntina era sicuramente ritornata a casa, rendendosi conto della sua assenza.

Anna Rossi 13/01/2021 08:04 1 327

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'Autore è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge.

I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.

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«" u barone "... Un nuovo personaggio entra in scena... chi era questo tizio? avrà un ruolo nella vita della povera Rosalia!? Sembrerebbe proprio di sì... Intanto le difficoltà non sembrano finire per la giovane mamma... e qualche altro segreto potrebbe sconvolgere la vita di questi personaggi... La mamma di Rosalia, che ha deciso di proteggere la figlia, nasconde qualche verità non svelata... un nuovo giallo per noi lettori...»
Giacomo Scimonelli

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