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Sogni e sensazioni.

Anna Rossi

Ciao, di professione sono un'insegnante della scuola primaria, nonché mamma e moglie a tempo pieno.
Mi piace scrivere e far conoscere agli altri le mie Sensazioni ed i miei Sogni, cerco di fare ciò, nella musicalità poetica, ed avendo come obiettivo principale la trasmissione delle mie emozioni, ... (continua)


Anna Rossi

Anna Rossi
 Le sue poesie

La prima poesia pubblicata:
 
Sorella Morte (15/09/2012)

L'ultima poesia pubblicata:
 
Anima folle (13/08/2019)

La poesia più letta:
 
Gemiti d'amore (31/10/2015, 5026 letture)

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Una storia di paese (La premonizione)

Fantasy

Le poche persone che avevano partecipato al rito funebre cercarono riparo dove potevano, dal cielo sembravano venire giù fiumi d’ acqua, tuttavia Rosalia pareva non accorgersene, davanti a quel cumulo di terra c’ era la sua sconfitta, aveva perso nuovamente la sua battaglia con la vita.

Donna Lucia le disse: ” Spicciati Rusalia nun cc’è nenti da fari ca…” Ma lei non l’ ascoltava, a quel punto Nino la prese sottobraccio e le disse: ” Veni, t’ accompagno iu.”

Sembrava di pietra, niente e nessuno avrebbe potuto smuoverla, lei era un tutt’ uno con la morte, una simbiosi di dolore e fine. La pioggia cadeva giù incessantemente, i suoi pesanti vestiti neri erano inzuppati, i capelli appiccicati alle guance scavate dalla sofferenza, gli occhi asciutti e spenti. Nino non sapeva come fare, quando apparve un uomo claudicante, con un occhio di vetro e dalla lunga barba incolta, s’ avvicinò a Rosalia dicendole: ” Dovete irimminiu u cimitero sta pi chiuri.”

Lei senza espressione gli rispose: ” Vaiu via ma nun lasciate sula a piccolina, senti friddu sienza a so’ matri.”

U ‘ campasuntaru rispose: ” Stati tranquilla ca nuddu senti friddu a terra l’ ammanta e la protegge.”

Nonostante l’ aspetto, Masiddu, il custode del cimitero aveva un gran cuore e quella ragazza gli faceva molta pena, ne aveva visto sepolture e tanto dolore, ma in lei percepiva qualcosa di più grande del dolore, disperazione e tanta solitudine.

Rosalia gli chiese: ” Vi prego lasciatemi ‘ n à utru picca, a vogghiu salutare a manera miu.”

Rassegnato dalla fermezza della ragazza si allontanò lasciandola sola. Lei s’ accasciò sulla terra bagnata diventata fango e con le mani imbrattate e un filo di voce intonò una vecchia ninna nanna siciliana: ” Binidittu lu jornu e lu mumentu, quannu tò matri a latu ti truvò; dopu di novi misi, ccu grandi stentu mamma chiamasti e ‘ nfrunti ti vasò. Dormi nicuzzu ccu l’ angiuli tò… dormi e riposa, ti cantu la vò… Si di lu celo calassi la fata nun li putissi fari ì sti splinduri ca stà facennu tu, biduzza amata, ’ ndi sta nacuzzu di rosi e curi. Dormi figliuzza ccu l’ angiuli tò… dormi e riposa, ti cantu la vò… vò… vò… vò dormi figghia e fai la vò…”

Rammentò che era quella che le cantava Totuccia, un brivido la percorse, poi finalmente s’ avviò lungo la strada alberata e gli altri s’ accodarono.

Arrivati a casa Rosalia disse: ” Vi ringrazio pi tuttu ma iu ù ora vogghiu stari sula cu u me duluri.”

Lucia cercò di dissuaderla: ” Mancia qualcuosa apprima si trù oppu dè bbuli.”

Lei la guardò con gli occhi pieni di pianto:” Macà ri putissi iri dalla meo nica.”

Ribattè Lucia: ” Ma chi rici? Hai a vituzza avanti, si accussì nico, avirrai navutri figghi.”

Le parole di Lucia non la rinfrancarono forse avrebbe avuto altri figli ma non avrebbero mai sostituito la figlia persa. Si chiuse nella stanza guardò fuori dalla finestra, era diventato buio e aveva smesso di piovere, la città era illuminata a festa per il Natale, Rosalia in quel momento si sentì terribilmente sola e la nostalgia di casa divenne prepotente, si sdraiò sul letto fissando il soffitto e ritornò indietro con la mente in una gelida giornata invernale, si rivide bambina correre fra gli agrumeti, con il viso arrossato per il freddo e nelle mani un grande cesto per metterci le arance. Totuccia e la zia Assuntina la richiamavano continuamente: ” Rusalia vè ni ca, vicinu a nuatri a stari, intesi? Nun ti devi alluntanari…”

Invece come sempre da bambina ribelle, non ubbidì e al contrario, si era incamminata per un piccolo sentiero nascosto fra le ortiche ed i rovi spinosi ed il vestitino, impigliandosi fra i rami, l’ aveva fatta cadere facendola riempire di spine, si era messa a piangere, mentre i graffi le bruciavano sanguinanti poi era apparso dal nulla un uomo dal viso buono e le aveva detto: ” Nica nun cianciri, e stai ferma chi si ti muovi i spini si infilano chiu assai rintra a pì eddi,(pelle) ti aiuto iu…”

Si era inginocchiato accanto a lei e con pazienza l’ aveva liberata dagli aculei pungenti, poi le aveva detto: ” Nun jè bellu chi accussì piccina te ni otinni peri peri da sula, nun cc’è nuddu cu te?” Rosalia l’ aveva guardato con il viso bagnato di lacrime ma non gli rispose perché le zie non facevano altro che raccomandarle di non dare confidenza agli sconosciuti, quindi si era alzata ed era scappata via. L’ uomo le gridò: ” Fermati, nun ti vogghiu fari do’ mali, t’ accompagno iu…”

Ma le sue parole restarono inascoltate. Una volta raggiunte le zie, le quali preoccupate di non vederla più si erano messe alla sua ricerca, Rosalia ancora scossa per l’ accaduto e sporca di sangue, aveva raccontato loro dell’ uomo incontrato sul sentiero, non l’ avesse mai fatto, queste furiose l’ avevano strattonata chiedendole: ” Cu era chistu omu chi ti havi aiutato, u conosci? L’ hai mai visto ca ntunnu? E’ do paì si?”

Lei non capiva il perché fossero così arrabbiate ed il perché di tante domande. Si ricordò solo che le zie parlottarono per tutta la sera e non le rivolsero quasi la parola. Non seppe mai chi fosse l’ uomo buono che l’ aveva soccorsa ma non aveva mai dimenticato l’ accaduto. Rosalia ritornò al doloroso presente non riuscendo a comprendere il motivo per cui avesse rammentato proprio quell’ episodio, ma di una cosa era certa, la dolcezza di quello sconosciuto le era rimasta nel cuore.

I pensieri si accavallano confusi nella mente sballottandola da una parte all’ altra e fra questi le vennero in mente anche le parole profetiche della zingara incontrata con Biagio, pensò che purtroppo la nomade aveva indovinato il suo futuro, che era pieno di sventure, ma ancora ignorava chi fossero le persone intorno a lei che le aveva menzionato la zingara e di cui si fidava, mentre queste non erano sincere e le facevano del male.

Per alcuni giorni non andò a lavorare, restò chiusa in camera a rimuginare su quello che le era accaduto, ripensò a quel tragico giorno, nella sala operatoria, i medici ed infine il triste risveglio, tuttavia quello che rimpiangeva di più era di non aver potuto vedere la figlia morta, l’ avevano sigillata immediatamente nella piccola bara bianca, impedendole di darle un ultimo bacio.

Adesso e con il senno di poi, si chiedeva il perché non glielo avevano permesso e si ripropose che avrebbe chiesto spiegazioni a Donna Lucia.

L’ indomani erano in cucina e Lucia stava preparando il pranzo, appena vide a Rosalia le disse sorridendole: “ Rusalia vè ni ca, cchi mi aiuti, stainnata accattai u pisci spada da Gaetano, rammenti? Chiddu dell’ angolo ri via Garibaldi, havi u pisci cchiù friscu dò quartiere.”

La ragazza scura in volto le si rivolse con voce ferma: ” Donna Lucia vi haju a fari ‘ na domanda picchì nun mi aviti fattu vì riri a nica, ù ora non so mancu com’ era.”

Lucia evitò di guardarla e continuando a pulire il pesce le rispose: “ Credimi jè megghiu accussì, ti avemu evitato ‘ n à utru duluri…” Rosalia insistette: “ Comu mai? Chi avì a da nun poterla vì riri?”

Lucia le diede una spiegazione che non convinse Rosalia: “ A picciridda avì a sofferto assà i, avì a u cordone ombelicale ntunnu o cù oddu e pi chistu era tutta niura comu ‘ n tizzone.”

Rosalia ribattè arrabbiata: ” Ma iu l’ avrei voluto vì riri u stissu e tenerla almì enu ‘ n vù ota ntra i meo braccia, cu vi havi rittu ri decidere pi mia?”

Lucia era in difficoltà la ragazza avrebbe creato problemi, doveva parlare urgentemente con loro… Tuttavia cercò di calmarla: “ Rusalia, senti a mia, era bruttu da vì riri nun l’ avresti mai cchiù dimenticati, jè megghiu chi ta immagini comu ‘ n angilinu… Uara lasciami finiri iri puliri chistu pisci si no ‘ n à utru picca, puzza comu ‘ na carogna.”

Rosalia rispose: “ Stainnata mangiate puri sì enza ri me, haju nì esciri a fari ‘ na ‘ mmasciata.”

Lucia le chiese: “ Ma a unn’ a ‘ nnari a quest’ ora è casi ù ara ri mancià ri.”

Rosalia disse:” Nun haju fami…”

E detto questo si coprì la testa con un pesante scialle nero ed uscì di fretta. Nino la incontrò per le scale e le chiese: ” Comu stai?”

Lei le rispose: ” Comu ‘ na chi i hannu tagliato i gambe…”

E corse via senza salutarlo.

Nino, anche se era abituato ad essere trattato sempre male dalla ragazza non poteva fare a meno di soffrire e pensò: ” Nun cc’è cù osa peggiore chi amare ‘ na chi nun ti ama, haju cacciare da chistu miu cori u tormento chi nun mi lassa ripusari.”

Mentre stava rientrando sentì donna Lucia rivolgersi al figlio con tono di comando: “ Spicciati haju sapiri unni sta jennu, nun vogghiu aviri problemi, chista vù ota mi hannu pagato pi anticipo e beni, macari si jè femmina, a piciridda jè bì edda e sana…”

Nino ascoltava sconvolto chiedendosi di cosa stessero parlando ma un forte dubbio iniziò ad insinuarsi nella mente. E se si riferivano alla bambina di Rosalia? Nemmeno lui l’ aveva vista ma non solo, quando aveva espresso a donna Lucia il desiderio di sapere come fosse il suo aspetto, questa l’ aveva liquidato con due parole: ” Jè tardu l’ hannu già chiusa…”

Quindi ad eccezione di lei e dei medici nessun altro aveva visto la neonata morta ed inoltre, si chiedeva dove stesse andando Rosalia in fretta e da sola. Biagio intanto stava dicendo alla mamma: ” Nun ti preoccupare, t’ haju mai scunchiutu? (Deluso) Vedrai chi macari chista vù ota andrà tuttu lisciu comu l’ olio.”

Lucia visibilmente turbata gli rispose: ” Parla picca e spicciati.”

In quel momento si accorsero di Nino, lei le sfoderò un sorriso rassicurante dicendogli: ” A Ninu si arrivatu, mì enu mali ntra picca jè pronto.”

Lui era tentato di chiederle di cosa stessero parlando ma poi si pentì, doveva indagare senza creare sospetti. Biagio gli disse: ” Ninu ridi ogni tantu havi sempri ‘ na facci da funerale.”

Questi rispose: ” Basti tu, cu a to ri pagliaccio.”

Mamma e figlio si guardarono stupiti era la prima volta che Nino rispondeva ad una provocazione, Biagio disse: ” Esco chi jè megghiu si no ti farei vì riri ri cù osa sunnu capace.”

A quel punto intervenne Lucia: ” Finitela cu chiste sciocchezze e tu Biagio spicciati…”

Rosalia camminava decisa, voleva sapere di cosa era morta la figlia e il motivo per cui non gliela avevano fatta vedere. Era diretta verso l’ ospedale, doveva parlare assolutamente con i medici e nessuno avrebbe potuto impedirglielo. All’ improvviso spuntò dall’ angolo Biagio il quale le disse: ” Chi coincidenza Rusalia macari tu da chiste parti? Unni stai iennu?”

Rosalia rispose: ” Tu mmeci comu mai nun si a casa ntra picca jè ù ora ri manciari.”

Biagio con destrezza trovò una scusa: ” Dovevo accattari ‘ na cù osa pi ‘ n nicò zziu ca vicinu.”

Poi le domandò: ” E tu unni stai iennu?”

Biagio cominciava ad infastidirla con il suo modo strafottente e non aveva nessuna intenzione di confidarsi con lui quindi cercò di eludere la domanda dicendo: ” Faresti megghiu a turnari a casa si nun vvoi fari siddiari a to matri…”

Il ragazzo insistette: ” A Rusalia nun jè chi hai ‘ n incontro sicretu cu quà lchi zito?”

Rosalia nel sentire quelle parole dettate dalla sua superficialità, indifferente al suo dolore disse infuriata: ” Lasciami sula, nun hai rispì ettu pi mia e pri la meo sofferenza, sunnu pi lutto e a meo vituzza jè distrutta…”

Biagio non se la sentì di controbattere e la salutò pensando: ” E’ sulu ‘ na mala fimmina, apprima s’è coricata cu ‘ n omu ammogliato e poi fa a santa.”

E senza tener conto delle parole della madre la lasciò perdere ed entrò in un bar.

Il reparto di maternità era al secondo piano dell’ antico ospedale, Rosalia sentiva l’ angoscia aumentare man mano che si avvicinava, i medici e gli infermieri passavano nei corridoi non facendo caso a quella ragazza vestita in lutto e dal viso disfatto. Rosalia si fermò davanti allo studio del medico che l’ aveva operata e senza chiedere il permesso entrò, questi stava sistemando alcune cartelle cliniche, vedendola le chiese: ” Cu siti e cu vi havi datu u permesso ri trasiri?”

Rosalia gli rispose: ” Comu nun vi ricordate ri me? Ah già nuatri semu sulu carni i macello.”

Il medico fuori di sé rispose: ” Comu vi permettete, nisciti subito dalla meo cà mira si no chiamu a guardia.”

Questi si ricordava benissimo della donna, donna Lucia aveva detto che non ci sarebbero stati problemi, la ragazza era sola e non aveva nessuno che la poteva difendere; inoltre, sarebbe stato facile raggirarla in quanto si fidava di lei. Ma vedendola capì quanto si fosse sbagliata, Rosalia era una ragazza forte ed intelligente, iniziò a preoccuparsi.

Questa rispose al medico: ” Me ni vaiu… me ni vaiu ma apprima vogghiu sapiri comu jè morta figghia meo e picchì nun me l’ avete faciuta vì riri.”

Il medico cercò di convincerla che era stato fatto tutto, per non sconvolgerla di più, perché le condizioni della bambina erano pessime, tuttavia Rosalia volle il certificato di morte e la causa del decesso. Il dottore le rispose dicendole che donna Lucia aveva preso tutta la documentazione …

Anche se le parole dell’ uomo non la convincevano comprese che non avrebbe avuto le risposte che desiderava, doveva parlare con Palmira, l’ ostetrica di turno, il fato volle che l’ incontrò proprio davanti alla sala operatoria, si avvicinò dicendole: ” Vi ricordate ri me?”

La donna sapeva benissimo chi fosse e doveva stare attenta a quello che le avrebbe detto: ” Cì ertu chi mi ricordiu, comu stati? Vi viu assà i provata…”

Rosalia le chiese: “ Vuatri aviti visto a meo picciridda, ditemi com’ era?”

La donna rispose: “ Bì edda comu u suli, i capiddi neri comu i vostri e a pì eddi vellutata comu ‘ na persica, piccatu chi u cori nun havi retto.”

Rosalia sentiva il cuore battere velocemente ed intanto un dubbio atroce si insinuò nella sua mente, le parole del medico e di donna Lucia erano contrastanti con quelle dell’ ostetrica, perché le avevano mentito?

Rosalia chiese ancora: ” Voi c’ eravate quando l’ hanno chiusa nella bara?”

La donna capì che doveva aver fatto un errore, quindi cercò di rimediare: ” Si certo… Picchì mu domandate?”

Rosalia incalzò la donna: ” Nun mi rispondete cu navutra domanda, allura l’ avete vista si o no?”

Palmira si sentiva in trappola che cosa doveva rispondere? Per sua fortuna le venne in aiuto il medico il quale la incitò a sbrigarsi perché c’ era un parto imminente. Rosalia fuori di sé la prese da un braccio dicendole: ” Vuatri nun vinni iti si apprima nun mi date ‘ na risposta, badate beni a chiddu chi mi diciti.”

Palmira rispose: ” Lasciatemi iri, u duluri vi fici impazziri…”

Riuscì a liberarsi con uno strattone spingendola contro il muro, poi la lasciò disperata in mezzo al corridoio. Rosalia, restò lì, mentre si faceva il vuoto intorno, le voci si intrecciavano con il rumore di barelle e di carrelli pieni di farmaci, odore di sofferenza e di morte. Poi le girò tutt’ intorno fece appena in tempo ad appoggiarsi alla parete per non cadere, un’ infermiera le si avvicinò dicendole: ” Signurina venite cu me, vi dicu iu chiddu chi volete sapiri …”

Così dicendo la fece entrare in uno stanzino attiguo alle scale d’ emergenza chiuse la porta badando bene che non fossero viste, poi le disse: ” Vi ricordate quannu siti arrivata chi eravu pi unu statu ri casinu, beni… haju sentito a signura chi era cu vuatri parrari cu u medico e gli diceva: - Jè ‘ na povera disgrazziata, nun havi nuddu, facì emu comu i altre vù oti e i sordi metà pi unu…-” Rosalia le chiese: ” Nzoccu (che cosa) volete diri?”

La donna rispose: ” Siti dura ri comprendonio a picciridda vostra jè stata venduta, iti o cimitero e aprite a tabbutu nun cc’è nuddu, ma aspettate iu nun vi haju rittu nenti si no u nego.”

Rosalia non sapeva più cosa credere, e se fosse vero? E se fosse stata ingannata? Doveva chiedere aiuto a qualcuno ma a chi? L’ unica persona che gli venne in mente fu Nino.

Ritornò a casa con la mente in subbuglio, donna Lucia era uscita ed in casa c’ era solo lui, lo chiamò sconvolta: ” Nino mi devi aiutari, dobbiamo rà piri a tabbutu, meo figghia nun jè morta.” Nino avrebbe voluto dirle che era impazzita ma quello che aveva sentito dire a donna Lucia gli aveva insinuato lo stesso dubbio quindi rispose: ” Nun sarrà fà cili, ci voli u permesso do giudice.” Rosalia ribattè: ” Ma quali giudice e giudice, iu haju saperlo ù ora.” Nino convinto che Rosalia avesse ragione, era disposto a tutto per lei, anche a commettere un illecito.

Approfittando del fatto che in casa non c’ era nessuno, uscirono indisturbati e si recarono al camposanto, l’ aria era gelida e il vento sferzava i lori visi come schiaffi, Nino la teneva sottobraccio ed il solo contatto gli procurava brividi di cui si vergognava, la voleva ma non era né il momento né il luogo per pensare a queste cose. Il cancello era ancora aperto segno che Masiddu non se ne era andato, dovevano parlare con lui e forse li avrebbe aiutati. Il custode stava chiudendo la guardiola appena li vide disse: ” E vuatri cù osa vi fate ca, staiu pi chiù iri…”

Rosalia disse: ” Jé ‘ na cù osa delicata… avemu bisù ognu ri vuatri.” Gli raccontarono tutto, Masiddu vedendo la disperazione di Rosalia, si convinse ad aiutarla, anche perché se lei avesse visto la figlia morta, forse con il tempo la rassegnazione avrebbe preso il posto dello sconforto. Chiuse i cancelli, prese la pala e si recò con loro sulla tomba della piccola. Con fatica iniziò a sollevare la terra, Rosalia seguiva con apprensione e speranza, quando finalmente Masiddu arrivò alla piccola bara disse: ” Ecco ci semu, vù ogghia u celu chi ajati raggiuni.”

Fu poggiata sulla terra smossa e Nino rialzò il coperchio e con grande sorpresa vide che era vuota, nel suo interno solo stracci. Rosalia gridò: ” Figghia meo a unni si? Unni ti hannu portatu?

Si rivolse a Nino dicendo: “ Ma pagheranno, iddi nun conoscono Rusalia ri cù osa jé capace.”

Anna Rossi 27/12/2018 14:32 1 300

Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'Autore è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge.

I fatti ed i personaggi narrati in questa opera sono frutto di fantasia e non hanno alcuna relazione con persone o fatti reali.

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Commenti sul racconto Commenti sul racconto:

«Nel mio intervento precedente al racconto " u cori ferito " avevo concluso riferendomi ad una trama dai risvolti inaspettati... e anche nel proseguo della storia di Rosalia con " la premonizione ", posso confermare che l’autrice è riuscita nuovamente a sorprendermi. Il finale precedente era molto triste e in questo caso quando tutto sembra perso, inaspettata la speranza irrompe, grazie alle sensazioni di una mamma che non si rassegna alla morte della propria figlia... non riesce a darsi pace e grazie a Nino scopre una drammatica verità...la propria figlia è stata venduta da colei che apparentemente si dimostrava buona e accogliente. Alla fine donna Lucia non era così amorevole come sembrava. Una storia di paese sempre più coinvolgente»
Giacomo Scimonelli

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